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Riflessione sulla comunicazione non convenzionale

franco

Qualche volta rifletto. In particolare negli ultimi giorni ho riflettuto leggendo un articolo di Subvertising, scritto e riportato da Andrea Carnevali sul suo blog: Guerrilla thoughs – Il trucco c’è [e si vede] .

Andrea fa fuoco contro le presunte azioni di guerrilla, ossia video che ritraggono scene di guerrilla ma che in realtà sono costruite in vitro, esclusivamente per avere un impatto virale sul web.

Sono perfettamente d’accordo con Andrea ed infatti il mio non è un articolo di risposta, quanto uno spunto da cui partire.

Ciò su cui sto cercando di riflettere, è il concetto di “comunicazione non convenzionale”. Credo che il comunicatore non convenzionale sia paragonabile ad un artista, un pittore.

Gli allievi dei grandi maestri della pittura, forse arriveranno al loro stesso livello, ma le loro opere non saranno quasi mai considerate migliori, tranne in due casi:

- L’allievo segue il maestro, capisce il suo pensiero e lo mette sulla tela in maniera molto migliore, lo comunica meglio.
- L’allievo impara dal maestro, ma poi prende un altra strada, elabora il suo pensiero personale ed innova.

Allo stesso modo, secondo me, deve lavorare l’agenzia di comunicazione non convenzionale. Non è possibile fare un quadro uguale ad un altro, cambiando esclusivamente il volto del soggetto (quindi campagne identiche, con soggetti diversi) a meno che non la si faccia molto meglio, a livello di qualità e quantità. Oppure che si faccia una cosa nuova, almeno nei modi e nelle forme.

“Basta flash mob, ne ho visti troppi. Ma soprattutto mia madre, mio fratello, mia nonna e la mia ragazza non hanno mai capito a cosa servissero.”

Con questo pensiero mi porto ad un altro problema dello stereotipo di comunicatore non convenzionale: per il destinatario del messaggio, la comunicazione non convenzionale non esiste.
Al destinatario non interessa se una campagna si chiama guerrilla, viral, buzz, e chi ne ha più ne metta. Queste sono cazzate per compiacersi a vicenda.

ALT. Sono giusti medoti di catalogazione, per noi appassionati. Ma non si può pensare che alla madre, fratello, nonna e ragazza di cui sopra interessino. Una campagna è buona perché funziona, non perché ha un etichetta.

Per concludere, credo che molti presunti comunicatori siano solo fissati, dimenticano che a volte esiste anche la comunicazione tradizionale, e dimenticano soprattutto che le campagne non si fanno per finire sulla bocca dei propri competitors, ma per raggiungere degli scopi. E su questo, sull’efficacia, si misura la qualità.

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One Comment »

  • LuPapa said:

    e se provassimo a girare il discorso? non è che mia nonna, mia mamma e mio fratello non sanno a cosa serve il flashmob perchè non ne hanno mai visto uno? non è che Il Comunicatore pensa che avendo già visto/reaizzato 4 flashmob nella sia carriera, il metodo sia un modello eaaurito e superato? poi, è chiaro che il modello vincente di comunicazione è sempre quello integrato. ma se il budget è troppo basso? fai il flashmob, industriandoti ad amplificare il suo effetto (web, viral, buzz, media relations) o che fai, compri una campagna stampa?

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